Dipendenze

Dipendenza: quando il controllo
diventa il problema

Marco Falvo 7 min di lettura

Una delle cose che sento più spesso da chi viene a parlarmi di una dipendenza è questa: "Ci ho provato mille volte a smettere. So benissimo che fa male. So benissimo cosa devo fare. Ma non riesco."

C'è già tutta la consapevolezza necessaria. C'è la motivazione. C'è la volontà. Eppure non basta. E questa distanza tra il sapere e il fare — tra il voler smettere e il non riuscirci — è spesso il cuore del problema.

Il paradosso del controllo

Chi convive con una dipendenza — da sostanze, da gioco, da comportamenti come il cibo, lo schermo, il sesso — spesso sviluppa una relazione molto intensa con l'idea di controllo. "Questa è l'ultima volta." "Da lunedì smetto." "So quando fermarmi."

Questo tentativo è comprensibile, umano. Ma spesso è proprio esso a mantenere il ciclo in vita. Quando cerchi di controllare qualcosa con grande sforzo, stai implicitamente confermando che quella cosa ha potere su di te.

"Non si smette di fare qualcosa semplicemente decidendolo. Si smette quando qualcosa di più significativo prende il suo posto."

Cosa mantiene una dipendenza

Una dipendenza svolge quasi sempre una funzione. Non è un difetto di carattere, non è debolezza. È una risposta adattiva a qualcosa che fa male o manca. Alcune domande che esploro con le persone:

Finché non capiamo cosa una dipendenza fa per noi — quale bisogno soddisfa, quale dolore allevia — non possiamo trovare alternative reali.

La vergogna che alimenta il ciclo

C'è un altro elemento che vedo spesso: la vergogna. Chi lotta con una dipendenza tende a giudicarsi duramente. Questo giudizio non aiuta — anzi, è spesso uno dei fattori che alimentano il comportamento stesso. La vergogna ci chiude, ci isola. E nell'isolamento, i comportamenti compulsivi trovano il loro habitat ideale.

Un percorso possibile

Ho lavorato con persone che affrontano dipendenze in contesti molto diversi — ambulatoriali, residenziali intensivi, internazionali. Il cambiamento reale avviene quando si spostano alcune cose fondamentali: si passa dalla lotta al contatto, si riconoscono i bisogni sottostanti, si costruisce una nuova relazione con se stessi basata su comprensione invece che su condanna.

Non è un percorso lineare. Ma con un accompagnamento adeguato, il cambiamento è possibile. Non perché si impara finalmente a "controllarsi". Ma perché si smette di aver bisogno del controllo.