Dipendenze

Orthos: un programma residenziale per le dipendenze

Marco Falvo 6 min di lettura

Il nome Orthos mi ha colpito fin dalla prima volta che ne ho compreso il significato. Richiama l'appellativo greco attribuito a Dioniso, "colui che sta in piedi": non reclinato, come suggerisce l'etimologia di cliente, e nemmeno abbandonato passivamente a sé stesso, come suggerisce quella di paziente, ma ortiente, che sta sulle proprie gambe. Chi arriva a Noceto non viene accolto né come un consumatore da assistere né come un malato da curare, ma come qualcuno chiamato, per quanto possa sembrare difficile, a rimettersi in piedi.

Il programma adotta un approccio non moralistico e non pregiudiziale in continuità con una tradizione che risale a Epicuro e al principio greco del metron ariston, la giusta misura. È un'eredità antica, questa, che Riccardo Zerbetto — tra i massimi esponenti in Italia nel trattamento delle dipendenze patologiche — ha scelto consapevolmente per orientare lo sguardo verso le dipendenze: nessuna condanna del piacere in sé. Il lavoro terapeutico non è togliere il piacere, ma ritrovare l'equilibrio fra la sua spinta e la capacità di autoregolarsi: allentare la compulsione, e insieme rinforzare quella tenuta che permette di reggere una ricaduta senza esserne travolti di nuovo.

Ho iniziato a collaborare con Orthos nel 2021, prima come tirocinante e poi come operatore, e ho potuto toccare con mano cosa muove questo percorso. La lettura che si dà delle dipendenze — e l'idea di addiction prone personality — mi ha sempre più convinto rispetto ad altre letture puramente sintomatiche. Si parte dalla sostanza, dal gioco d'azzardo, dal comportamento specifico, dal sintomo, per arrivare a lavorare sulla persona: sul modo in cui ha imparato — spesso da bambina, spesso senza sceglierlo — a modulare il contatto tra il proprio mondo interno e il mondo esterno usando un anestetico, un riempitivo, qualunque forma prenda.

Il cammino dell'eroe, in salita

Orthos si tiene a Noceto, un casale immerso nella campagna senese, a Monteroni d'Arbia, nei pressi di Siena. L'aria aperta e la quiete circostante fanno parte del lavoro tanto quanto le sessioni strutturate, il tutto arricchito dalla cornice di senso scelta per raccontare quello che succede lì dentro: il cammino dell'eroe. Un descensus ad inferos per poi "riveder le stelle". La vita come cammino per divenire ciò che già si è, potenzialmente.

Mi piace questa immagine, e non per vezzo letterario. La dipendenza non è tanto un guasto da riparare o un sintomo da eliminare, ma — dietro ogni sua forma, gioco d'azzardo, sostanze, relazioni — un tentativo, per quanto doloroso, di risolvere qualcosa: un messaggio dell'anima che ci dice che forse non stiamo vivendo il nostro destino. Un potenziale umano che chiede di realizzarsi e che non ha ancora trovato altra strada.

Non è un'idea consolatoria. È più esigente, in un certo senso, perché non permette di restare comodi nella diagnosi. Chiede al gruppo — e a chi lo conduce — di stare nella domanda "chi sono, davvero, sotto il comportamento che mi ha portato qui?", invece che fermarsi al "cosa faccio che non va".

Cosa succede, in concreto

Il programma dura solitamente ventuno giorni, anche se in alcuni casi si può partecipare per un periodo più breve, a seconda di quanto la persona sceglie o riesce a impegnarsi. Le giornate seguono una traccia condivisa, costruita attorno a specifiche aree di criticità, ma vengono anche co-costruite insieme al gruppo fin dall'inizio, con flessibilità rispetto a bisogni ed esigenze personali — così che ogni gruppo sia diverso dal precedente, e il programma si adegui a chi lo attraversa.

Il lavoro gestaltico-esperienziale integra psicoterapia individuale e di gruppo, drammatizzazione, lavoro sul sogno, arteterapia, lavoro corporeo, momenti di yoga e meditazione, e spazi dedicati al life project — quella parte del lavoro che non guarda solo a cosa lasciarsi alle spalle, ma a cosa costruire dopo. Anche un po' di lavoro manuale in campagna e la cura di sé, nella quotidianità condivisa del casale, diventano pratiche a valenza terapeutica.

Chi esce da un modulo racconta spesso qualcosa di simile, pur con parole diverse: essere arrivati corazzati, con il fiato corto, e ripartire con qualcosa di ammorbidito — la voce, le lacrime trattenute per anni, la sorpresa di essersi lasciati vedere e abbracciare. Non si esce mai come si è entrati: qualcosa nella capacità di tenuta, nella consapevolezza di sé, nella distanza dalla propria dipendenza si è spostato, anche quando il lavoro resta da continuare fuori nella vita di tutti i giorni.

Per chi si chiede se è il momento

So che chi vive dentro una dipendenza raramente decide con largo anticipo di affrontarla. Più spesso è una decisione che matura — o esplode — nel momento del bisogno, non prima. Se questo articolo ti è capitato sotto gli occhi proprio in un momento così, non è un caso da ignorare.

Progetto Orthos organizza periodicamente moduli residenziali come questo a Noceto, sotto la guida di Riccardo Zerbetto e dei suoi collaboratori.