Prima ancora di saper camminare, abbiamo già imparato cos'è l'amore. Lo abbiamo imparato nel contatto fisico, negli sguardi. Assorbendo. Adattandoci in silenzio, senza parole, senza poterlo scegliere. Abbiamo visto come le persone intorno a noi si avvicinavano e si allontanavano, come esprimevano o trattenevano, come chiedevano o rinunciavano. E abbiamo fatto nostra quella grammatica — come se fosse l'unica possibile.
Il problema è che spesso non sappiamo di averla imparata.
La grammatica dell'amore
I modelli relazionali che costruiamo nell'infanzia diventano mappe interne — schemi silenziosi che guidano il modo in cui ci avviciniamo agli altri, cerchiamo vicinanza, gestiamo la distanza, reagiamo all'abbandono. È uno dei contributi più profondi della psicologia del Novecento: non scegliamo i nostri pattern affettivi, li ereditiamo.
Sono il motivo per cui ripetiamo certi dinamiche in amore anche quando non vogliamo. Il motivo per cui scegliamo certe persone, o certe situazioni, con una coerenza che a volte ci spaventa.
Sono le radici. E spesso non le vediamo perché sono sotto terra.
L'albero che siamo
In una giornata di formazione, ho proposto un esercizio semplice: disegnare il proprio albero dell'amore.
Le radici — come era l'amore nella mia infanzia. Cosa ho visto, cosa ho assorbito, cosa ho imparato che l'amore fosse.
Il tronco — come mi sono adattato. Le strategie che ho sviluppato per avere vicinanza, per proteggermi, per sopravvivere affettivamente in quel contesto.
I rami — come tutto questo si manifesta oggi. Nelle relazioni che scelgo, nel modo in cui amo, in quello che faccio quando ho paura di perdere qualcuno.
Quello che emerge da questo esercizio non è mai quello che ci si aspetta. Il corpo riconosce quello che la mente aveva normalizzato. Vedendole scritte, disegnate, fuori dalla testa — le cose cambiano consistenza.
Il dono e il peso
Alcune radici portano nutrimento reale — la capacità di cura, la fedeltà, la profondità nel sentire, il coraggio di restare. Sono doni che meritano di essere riconosciuti, custoditi, coltivati.
Altre portano pattern che appartengono a un tempo che non c'è più — la dipendenza dall'approvazione, il sacrificio di sé come condizione dell'amore, la paura dell'abbandono che si trasforma in controllo, l'intimità che facciamo fatica a condividere.
Il lavoro è imparare a distinguere — con onestà, senza fretta — cosa si vuole custodire e cosa si è pronti a lasciare andare. È spesso il cuore di un percorso sulle dinamiche relazionali.
La scelta consapevole
Vedere le proprie radici è un primo passo necessario. La trasformazione avviene quando alla consapevolezza segue una scelta — ripetuta, incarnata, quotidiana.
C'è un'idea che torno a usare spesso nel lavoro: non importa quello che il mondo fa di noi, importa quello che noi facciamo di quello che il mondo fa di noi. Siamo quello che scegliamo di fare con le nostre radici.
In Gestalt questo principio prende il nome di respons-abilità — un concetto esistenziale prima che morale. La capacità di rispondere — di portare la propria presenza attiva in quello che ci è accaduto, in quello che abbiamo ereditato, in quello che continuiamo a ripetere senza accorgercene. Il passaggio dall'essere oggetti a essere soggetti delle nostre vite.
Ogni volta che quel pattern si ripresenta c'è un momento — anche piccolo — in cui si può scegliere diversamente.
L'amore si educa con la consapevolezza, con la respons-abilità, con la scelta.
Il lavoro sulle proprie radici affettive è uno dei percorsi più profondi che si possano fare — in terapia individuale, in gruppo, o semplicemente iniziando a porsi le domande giuste.